Ukraina: l’alba di una nuova guerra fredda

 

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Riportiamo nel nostro blog la bozza della dispensa sul gruppo di studio tenutosi a Roma lo scorso 4 Luglio sulla situazione Ukraina. Questo lavoro ha come unico scopo quello di introdurre la maggior parte delle persone che non hanno la minima idea di cosa stia accadendo nell’Europa Orientale e – soprattutto – non immaginano quali possano essere i risvolti per l’Italia e per l’Europa dall’acutizzarsi della crisi. Per questo motivo si è scelto di utilizzare un linguaggio semplice e un iter logico ancora più semplice. Sono bene accetti contributi da parte di chiunque voglia contribuire a spezzare il monopolio dell’informazione che affligge l’Italia e l’Occidente.

UKRAINA E I FATTI DI MAIDAN

L’Ucraina è storicamente composta da una parte occidentale di lingua ucraina con una cultura prettamente occidentale, perché è una zona che ha avuto dominio austro-ungarico e polacco, e da una parte orientale più storicamente affine al popolo russo. Una situazione che si è acuita con la russificazione di ampie zone dell’Ukraina avvenuta sotto l’Unione Sovietica. In questi anni l’Ukraina ha vissuto questa sua duplice natura e nel corso degli anni il governo è passato dai filo occidentali (con a capo la leader Yulia Timoshenko) ai filorussi (con a capo il leader Vicktor Yanucovich), con forti momenti di rottura come la “rivoluzione arancione” o l’arresto della Timoshenko, dopo un processo penale per sperpero di denari pubblici.


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Tra la notte del 18 e 19 Febbraio 2014 nella Maidan di Kiev (Maidan nella lingua ucraina significa “piazza”) viene rovesciato da una sommossa popolare il governo di Vicktor Yanukovich, leader filorusso legittimamente eletto nell’ultima tornata elettorale. La sommossa di piazza capita in un paese in profonda crisi, con una corruzione altissima (prerogativa di ogni governo, sia filoccidentale che filorusso) e con delle tensioni sociali forti. A capeggiare la rivolta c’è l’organizzazione di estrema destra Ucraina “Pravij Sector” (Settore Destro) che armi in pugno e al grido di un’Ucraina libera e indipendente assumo un ruolo attivo nei durissimi scontri che causeranno decine e decine di vittime. La Russia condanna duramente i fatti di Maidan, visti come un vero e proprio golpe nei confronti di un governo regolarmente eletto.

Ad aumentare i sospetti russi circa la destituzione del leader Yanucovich, da sempre molto vicino a Putin, sono i cosiddetti cecchini di Maidan. Già perché a provocare la strage sono stati dei personaggi vestiti con neri abiti militari che sparavano all’impazzata sulla folla, tanto alle milizie fedeli a Yanucovich quanto ai rivoltosi. Ad aumentare i sospetti circa il ruolo svolto da questi loschi figuri ci sono vari elementi, su tutti l’intercettazione di una telefonata tra il ministro degli affari esteri della UE Lady Catherine Ahston e il ministro degli esteri dell’Estonia Paet:

quei cecchini che hanno sparato in piazza Maidan, ammazzando poliziotti di Yanukovich e manifestanti anti-Yanukovich, erano specialisti assoldati dagli stessi organizzatori della rivolta. O più probabilmente, dalla Nudelman (in arte Nuland, in Kagan)”

Nuland è l’assistente del segretario di Stato a stelle e strisce che fu “pizzicata” in un’altra intercettazione mentre impartiva all’ambasciatore americano in Ucraina, Geoffrey Pyatt, le istruzioni per l’opposizione, passata alla storia per il celebre “fanculo l’Unione Europea” per stigmatizzare appunto i dubbi di Bruxelles sulla destabilizzazione della regione Ucraina. Queste notizie, intercettazioni e dichiarazioni, sono facilmente reperibili in rete attraverso articoli e filmati, molto spesso non in italiano. Già perché in Italia il mainstream della comunicazione non ritiene fondamentale aggiungere degli elementi che danno evidentemente un’altra lettura dei fatti, anche se giornali come Il Manifesto e Panorama hanno riportato più volte le intercettazioni di cui sopra e altre numerose tesi e testimonianze che vogliono una partecipazione diretta di Washington nella rivolta stragista di Maidan. E che gli USA e la NATO siano particolarmente interessate ad un’espansione della loro influenza in una regione adiacente all’orso russo, è questione assodata su cui non è necessario soffermarsi ulteriormente.

IL NUOVO GOVERNO UCRAINO

La partecipazione diretta di una formazione nazionalista d’ispirazione neonazista come quella di Pravji Sector al golpe di Maidan, potrebbe far cadere qualche mente fina nel facile errore di credere che il nuovo governo che sostituisce Yanukovich, oltre ad essere fortemente anti Putin, debba per forza essere anche contro l’occidente democratico che sempre lotta contro ogni forma di fascismo; ma la nomina dell’ex banchiere centrale Arsenyi Yatsenyuk – il quale ora guida una fondazione appoggiata dal Dipartimento di Stato USA, dal  National Endowment for Democracy, dalla NATO, dalla Chatham House, e da Horizon Capital, Swedbank e German Marshall Fund – spegne e le preoccupazioni di taluni e gli entusiasmi di altri. Da buon banchiere Yats ha infatti subito tagliato i rapporti con la Russia e spalancato le porte al piano di “salvataggio” del FMI, l’avvoltoio che ha disossato e continua a disossare la Grecia a suon di austerity e privatizzazioni. In linea con la volontà di quelle forze che hanno sostenuto e incoraggiato il golpe di Maidan, Yatsenyuk ha avviato immediatamente il processo di annessione alla UE per cercare di far entrare nell’alveo occidentale una regione strategica.

LA POSIZIONE GEOSTRATEGICA DELL’UKRAINA E IL BLITZ DI PUTIN IN CRIMEA

Perché Washington e la nato sono così fortemente attratti dall’Ukraina, e perché la Russia non può permettersi di perderla? In gioco non c’è solo e semplicemente il risiko delle basi militari, come alcune sempliciotte dottrine geopolitiche vorrebbero far credere, ma soprattutto il fatto che l’Ukraina rappresenta il principale hub dei gasdotti russi verso l’intera Europa.

L’Unione Sovietica crollò essenzialmente per l’insostenibilità della sua economia, che non riusciva più a reggere l’immane sforzo di possedere un arsenale atomico capace di tener testa agli USA. Ma gli anni successivi al crollo sovietico sono stati segnati dalle continue scoperte di enormi giacimenti di gas naturale che hanno dato il primato indiscusso alla Russia fra i principali paesi produttori di gas nel mondo. Non a caso la Russia domina la classifica con circa 46,000 Kilometri cubi di giacimenti ed una produzione annua di 624,61, seguono l’Iran con 29,610 e una produzione di 146,41 e il Qatar con 25,267 e una produzione di 127,97 kilometri cubi annui.

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Un elementare principio di mercato vuole che chi ha delle risorse debba anche poterle vendere, altrimenti queste non valgono nulla. L’Ukraina rappresenta per Putin un territorio indispensabile per il passaggio delle cosiddette “pipeline” ovvero i gasdotti che riforniscono gran parte dell’Europa, Italia e Germania su tutti. Chi controlla il passaggio di transito dei gasdotti, controlla la distribuzione della preziosa risorsa energetica.

North streamSouth stream

Per ovviare al problema della servitù di passaggio dei gasdotti verso il Vecchio Continente, la Russia ha puntato su due grandi gasdotti alternativi: il North Stream, in grado di rifornire direttamente il nord Europa (e la Germania in particolare) attraverso il Baltico e il South Stream, una pipeline che utilizza il Mar Nero per approdare nell’Europa del Sud e nella nostra Italia attraverso il tacco del Salento.

Mentre il primo condotto è stato già realizzato (inaugurato ufficialmente dalla Cancelliera Angela Merkel, dal Presidente russo Dmitry Medvedev e dal Primo Ministro francese François Fillon l’8 novembre 2011 a Lubmin) il secondo è ancora in fase di progettazione, prevede di tagliare fuori qualsiasi paese non comunitario per collegare, tra gli altri paesi, Italia, Grecia e Austria direttamente con la Russia. I due grandi gasdotti eliminerebbero definitivamente il problema della servitù di passaggio in paesi in bilico come l’Ukraina per permettere al colosso russo Gazprom, in accordo con Eni e le altre società di commercio della risorsa energetica, di rifornire direttamente le nostre abitazioni.

Sullo sfondo di questo scenario, si colloca il blitz in Crimea per opera della Federazione Russa.

La Crimea è una regione che ha sempre avuto una forte autonomia; è una zona storicamente contesa per la sua posizione strategica (si pensi, ad esempio, al conflitto tra russi e ottomani nella Guerra di Crimea nell’Ottocento, alla quale prese parte anche il Regno di Sardegna al fianco dell’Impero Ottomano, della Francia e della Gran Bretagna contro l’Impero Russo); ha una forte componente tatara (cioè turco-musulmana). Sotto il periodo sovietico, la Crimea ha vissuto un forte processo di “russificazione” con la deportazione di popolazioni tatare e il trasferimento in loco di popolazione russa. Oggi la Crimea è a stragrande maggioranza russofona. La Crimea non è un territorio storicamente ucraino. Nel 1954, viene trasferita dal leader sovietico Nikita Kruscev alla Repubblica Socialista Sovietica di Ucraina come gesto per commemorare il 300esimo anniversario del Trattato di Pereyaslav tra i cosacchi ucraini e la Russia. Si racconta che quel giorno Kruscev fosse ubriaco. Se si considera che all’interno dell’URSS i confini tra le Repubbliche fossero più formali che sostanziali, si capisce come il trasferimento della Crimea dalla Russia all’Ucraina non avesse conseguenze effettive.

Subito dopo il golpe di Maidan il leader della Federazione Russa Vladimir Putin ha ordinato l’occupazione militare della Crimea per permettere alla penisola che svetta nel Mar Nero di svolgere un referendum di annessione alla “madre” Russia.

L’occupazione russa della Crimea ha fortemente impressionato i comandi supremi della NATO per le qualità militari, la genialità tattica e la capacità di sorpresa dimostrata dalle truppe russe. Lo ha confessato nientemeno che il generalissimo Philip Breedlove, comandante supremo dell’Alleanza Atlantica in Europa (SACEUR), introducendo ilBrussel’s Forum, creatura del molto ortodosso-americanista Marshall German Fund. Rivelatrici le espressioni che ha usato: «Abbiamo visto diverse esercitazioni-lampo (snap exercises) in cui vaste formazioni sono state portate a prontezza, hanno fatto l’esercitazione e poi cessare… E poi – bum, dentro la Crimea, con una forza altamente pronta, altamente preparata».

Quei concetti di «readiness» e «preparedness», di scatto armato, di cui le titaniche forze armate USA, diciamo, non brillano del tutto. Dopo aver notato che «la Russia ha molto migliorato le sue capacità (belliche) dalla guerra in Georgia del 20008», Brredlove s’è confessato stupefatto della capacità di syber-attacco dell’armata russa. «In confronto alla Georgia, l’incursione in Crimea è avvenuta come un orologio svizzero, cominciando da una quasi completa disconnessione delle forze (ucraine) di Crimea dal loro centro di comando e controllo per mezzo di “jamming” e “cyberattacks”, e poi un completo accerchiamento operato dalle forze russe».

Ma, aldilà dell’interesse diretto per la collocazione geostrategica della penisola di Crimea, dove la Federazione Russa ha dispiegata l’intera flotta navale sul Mar Nero, Putin ha ordinato il blitz per rendere più facilmente eseguibile il progetto del South Stream, accelerandone i tempi di realizzazione. Infatti con l’annessione della Crimea, anche tramite un referendum plebiscitario, il costosissimo progetto del South Stream (che passa per le profondità del Mar Nero) può essere modificato, facendo risparmiare parecchi rubli a Putin. Basta vedere la conformazione geofisica del fondale del Mar Nero per rendersi conto di come il passaggio del gasdotto in Crimea semplifichi enormemente la vita agli ingegneri della Gazprom (http://kungurov.livejournal.com/80884.html).

6Conformazione geofisica del Mar Nero

I RAPPORTI ITALIA-RUSSIA PRIMA E DOPO LA DESTABILIZZAZIONE UKRAINA

I rapporti tra Italia e Russia sono sempre stati eccellenti, sia quando ha governato il centrosinistra con Romano Prodi, sia – e di sicuro non è un segreto – quando alla guida del paese c’era il centrodestra con Silvio Berlusconi. La reciproca amicizia tra i due paesi è fortemente sostenuta dagli accordi di approvvigionamento energetico, dipendendo l’Italia per oltre il 30% dal gas di Mosca. Il progetto del South Stream è stato fortemente voluto dal nostro paese, per mezzo dell’Eni che ha lavorato fianco a fianco della Gazprom per progettare il grande gasdotto del sud. Prima della destabilizzazione dell’Ucraina, dove ancora oggi è in corso una feroce guerra civile con le truppe di Kiev impegnate nella regione del Donbass in una violenta e sanguinosa pulizia etnica, quando Enrico Letta era Presidente del Consiglio, i rapporti italo-russi non erano affatto in crisi. Lo dimostra il vertice di Trieste tenutosi il 26 Novembre 2013, raccontato così da Il fatto quotidiano:

Letta-Putin<<I 28 accordi firmati oggi sono il miglior segno del successo di questo vertice. Sono la dimostrazione di tanto lavoro da svolgere insieme tra Italia e Russia”. Si mostra soddisfatto Enrico Letta al termine del vertice intergovernativo Italia-Russia a Trieste, malgrado Putin lo abbia fatto aspettare per oltre due ore. “Questo governo è in carica da meno di 7 mesi e aver riannodato subito il filo del lavoro comune tra i nostri due governi, con questo vertice, lo ascrivo ai risultati positivi”.

“Nel settore energetico abbiamo avuto modo di scambiare parole importanti”, dice Letta, elencando poi alcuni degli argomenti toccati durante il vertice. Tra questi – di striscio – entra anche un riferimento ai diritti umani, il tema più caro a chi, a poca distanza da piazza dell’Unità d’Italia, manifesta contro gli abusi e la discriminazione ai danni delle persone omosessuali in Russia. “Con la presidenza italiana dell’Unione europea nel secondo semestre del 2014, l’Italia intende rafforzare il partenariato politico ed economico tra Europa e Russia, il dialogo politico, il rafforzamento del dialogo come opportunità per affrontare la questione dei diritti fondamentali, particolarmente sentiti dalle nostre società civili”, taglia corto il premier.>>

Letta non aveva fatto nient’altro che dare continuità a tutti i governi italiani d’inizio millennio, per stringere sempre di più i rapporti con la Russia. Il perché è evidente: tutelare gli interessi nazionali.

Ad inizio Febbraio si tengono le olimpiadi invernali a Sochi, nella Federazione Russa. Un evento globale che attira le telecamere di tutto il mondo, è un ottimo pretesto per attaccare la Russia e la figura del suo leader carismatico Vladimir Putin, reo di aver varato una serie di leggi volte a difendere la famiglia tradizionale bollate dalla morale occidentale come “omofobe”. La questione dei diritti dei gay è l’appiglio con cui Obama chiede ai maggiori leader europei di boicottare le olimpiadi di Sochi, per provare ad isolare Putin sotto gli occhi delle telecamere di tutto il mondo mentre trasmettono la cerimonia inaugurale.

Letta, nonostante le pressioni d’oltreoceano, vola a Sochi e stringe nuovamente la mano a Putin, proprio per rafforzare quanto siglato appena 3 mesi prima nel vertice di Trieste.

Il mese di Febbraio si apre con le olimpiadi di Sochi, prosegue con la caduta del governo Letta e finisce con il golpe eterodiretto da Washington in Ukraina. Verrebbe quasi da dire che l’amicizia con la Russia è costata cara non solo a Berlusconi ma anche ad Enrico Letta.

Con l’insediamento di Renzi, che accade poco prima della destabilizzazione dell’Ukraina, cambiano radicalmente i rapporti tra Italia e Russia. Sarà un caso ma Obama vola a Roma nel mese di marzo per incontrare il nuovo leader italiano (il terzo di fila non eletto dal popolo), non solo per obbligarlo a comprare i famigerati F-35, ma per assicurarsi che gli stretti rapporti di cooperazione tra Roma e Mosca subiscano un brusco raffreddamento. Non a caso il premier fiorentino si renderà artefice di una serie di dichiarazioni volte a condannare l’interventismo russo in Ukraina.

Un raffreddamento dei rapporti che sembrerebbe addirittura rimettere in discussione lo stesso progetto del South Stream (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-04-30/renzi-chiama-putin-fonti-gazprom-italia-tagliata-fuori-south-stream-ma-roma-smentisce-214730.shtml?uuid=AB9H6xEB), anche se quest’ipotesi è stata più volte smentita da fonti governative. Ma già il fatto stesso che trapeli una notizia del genere su quotidiani come il Sole 24 Ore, è facile comprendere come siano repentinamente cambiati i rapporti tra il nostro paese e la Russia.

QUALE ALTERNATIVA AL GAS RUSSO? IL MIRAGGIO DELLO SHALE GAS

di Evgeny Utkin*

Poco tempo fa il presidente Barack Obama ha promesso di portare il gas americano in Europa, per convince Bruxelles a unirsi agli Usa sulla strada delle sanzioni contro la Russia. Sull’altro fronte, però, circolano voci che se l’Europa dovesse vedersi chiudere i rubinetti del gas da Mosca, la Cina si accaparrerebbe immediatamente tutto il gas libero sul mercato, guadagnando due volte: sia sulle difficoltà russe che su quelle europee.

Detta cosi, senza calcolare il fattore tempo, queste parole sono scatole prive di contenuto. Anzi, di più, sono affermazioni false, se parliamo di domani, tra qualche giorno o qualche mese. Probabilmente, le parole di Obama cominceranno ad avere un po’ più di peso solo fra un paio di anni, quando potranno diventare concrete e passare dalla propaganda ai fatti.

Grazie alla “shale gas revolution”, gli USA sono diventati i primi produttori di gas al mondo scavalcando la Russia, e da netti importatori dell’oro blu sono diventati quasi autosufficienti, con la prospettiva di diventare persino esportatori. Beati loro, che grazie al gas a buon prezzo sono diventati di nuovo competitivi in diversi campi e hanno aumentato la propria forza lavoro di centinaia di migliaia di persone.

Grazie a questi numeri, tutto il gas che arrivava negli USA si liberava sul mercato e (parzialmente) arrivava in Europa, anche se la maggior parte ha preso la rotta dei mercati asiatici in grande espansione o colpiti da incidenti imprevedibili (come Fukushima).

Attualmente nel mondo ci sono tre mercati di gas: gli USA, con prezzi locali bassi, l’Europa con prezzi triplicati, e l’Asia, dove i prezzi raddoppiano rispetto al Vecchio continente.  La svolta dello shale gasamericano ha fatto scendere i prezzi del gas europeo, ma molto poco. Il fattore maggiore di questo fenomeno è stata la crisi economica, la diminuzione dei consumi e anche l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili.

Vediamo i numeri. Gli USA adesso producono circa 650 miliardi di metri cubi di gas all’anno (666 miliardi nel 2012, dati World Oil & Gas Review 2013 ), ma ne usano 700 (710 nel 2012). Secondo le previsioni ne useranno di più, ma il potenziale di crescita di produzione almeno nel medio termine è basso. Questo significa che, se non iniziano a seguire un bel programma di efficienza energeticaall’europea, utilizzeranno tutto il gas che producono, di tanto in tanto vendendolo a prezzi molto alti (quindi all’Asia o nel periodo molto freddo in Europa, quando – guarda caso – anche negli USA fa freddo e i prezzi sugli hub energetici sono più alti dei prezzi dei contratti a lungo termine).

Ma tutto questo accadrà non prima che vengano ultimate le strutture: terminali di liquefazione, navi per il trasporto del gas, rigassificatori. Al momento esistono diversi progetti  sia sulla creazione di nuovi terminali di liquefazione che sulla conversione di rigassificatori esistenti in terminali di liquefazione, ma, come sostiene il presidente dell’Eni Giuseppe Recchi nel suo libro “Nuove energie. Le sfide per lo sviluppo dell’Occidente “, il primo gas americano sul mercato europeo potrà arrivare solo nel 2016.

Ovviamente, il tutto avverrà in pompa magna, con la bandiera americana che sventola sulla tolda della nave, ma con poco gas al suo interno e – soprattutto – a un prezzo molto simile a quello già fissato sul mercato europeo. E, ancora, è bene ricordare che quel gas serve alla stessa America, quindi più che di mossa commerciale sarebbe meglio parlare di una precisa azione politica.

E la Russia? Anche la Federazione produce quasi 650 miliardi di mc gas all’anno (643 nel 2012), ma ne usa per il mercato domestico solo 460. Di conseguenza, nel piatto restano quasi 200 miliardi di mc che sono pronti per essere venduti all’estero, preferibilmente all’Europa. Al momento è impensabile sostituire questo gas, anche se in futuro, con lo sviluppo delle fonti rinnovabili e l’aumento di altre importazioni (anche dall’Azerbaijan), si potrà pensare di diminuire il suo peso nel paniere europeo, ma non di escluderlo del tutto.

Ergo, più che la scelta politica, in questo caso prevale l’economia. La Russia ha bisogno dell’Europa (per vendere il suo gas) almeno quanto l’Europa ha bisogno della Russia (per comprare quel gas che non le arriva da altri fonti).

Se al momento prendiamo per buono lo scenario di un blocco totale delle forniture russe in Europa a causa delle sanzioni, o per sviluppi negativi della crisi in Ucraina, la Russia potrebbe decidere di vendere il gas direttamente alla Cina. Ma, si sa che il presidente Vladimir Putin preferisce l’Europa, anche perché fino ad adesso Bruxelles è stata più affidabile e più generosa nei pagamenti di quanto potrebbe esserlo Pechino, anche se bisogna considerare che se l’Europa non volesse più acquistarlo, allora la strada cinese non sarebbe affatto chiusa.

Anzi, da tempo è aperta: sono già state definite tutte le strade del gas con le rispettive autorizzazioni. Sul tavolo Mosca-Pechino ci sono contratti decennali già pronti, manca solo il prezzo. In caso di sanzioni dure, i russi dovranno cedere alla necessità di fare grossi sconti alla Cina, e dopo la costruzione del mega gasdotto è solo questione di pochi mesi.

Ma è pur vero che al momento è difficile immaginare lo scenario di un blocco totale delle forniture russe, uno scenario masochista per l’Europa, almeno per i prossimi 5-10 anni.  Ovviamente, si può pensare di sviluppare lo shale gas in Europa. Una strada fortemente sostenuta da Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni, che qualche mese fa parlando di politiche energetiche europee sulle pagine del Financial Times ha detto: “O siamo disposti come gli americani ad abbracciare lo shale gas o saremo costretti ad abbracciare Putin”.

Era poco tempo fa, ma adesso il panorama si è modificato. Scaroni, in un’intervista al Corriere della Sera , ammette possibili difficoltà per la costruzione del gasdotto South Stream: “dal un punto di vista commerciale, dovremmo essere favorevoli a South Stream, che permette di evitare il rischio di transito in Ucraina e che poi verrà costruito dalla Saipem, di cui siamo azionisti. Ma la chiave di lettura della politica dell’occidente potrebbe essere diversa, perché la costruzione di South Stream sancirebbe i legami tra la Russia e l’Europa in materia di energia. Il tema è complicato dal fatto che l’intera crisi viene gestita da una commissione europea che sta per scadere e con la prospettiva di elezioni a maggio”.

Come a dire che nelle questioni economiche la politica ci mette sempre lo zampino. La carota delloshale gas americano potrebbe essere un argomento a favore delle compagnie europee per cercare di abbassare i prezzi del gas russo. Ma sia Putin che Alexey Miller, amministratore delegato di Gazprom, sanno quanto c’e di vero in questa storia. Anche la Russia ha lo shale gas, ma finché continuerà ad avere quello tradizionale da vendere a volontà di certo non lo sfrutterà. E all’interno della Federazione russa il gas costa ancora meno che negli Stati Uniti.

Guardando solo ai rischi che corre l’Italia, anche in un scenario catastrofico di chiusura dei rubinetti russi è certo che Roma non patirà emergenza di gas. Grazie alla diversificazione delle fonti (in Italia il gas russo conta solo per il 28%) e grazie alla primavera e alla naturale diminuzione dei consumi per il riscaldamento non ci saranno problemi fino all’autunno, ma poi sarà necessario fare delle scelte. Solo che, nel caso, eventuali conseguenze di scelte sbagliate non le pagheranno né Obama né Putin, bensì i consumatori, che si vedranno recapitare bollette esorbitanti.

I BRICS STANNO FORMANDO UN’ALLEANZA ANTI-DOLLARO

Valentin Mândrăşescu

Prima della cruciale visita a Berlino la settimana prossima, la governatrice della Banca Centrale Russa, Elvira Nabiullina (nella foto sopra), ha incontrato Vladimir Putin per riferirgli sul progresso del prossimo accordo di scambio rublo-yuan con la Banca Popolare Cinese, e il Cremlino ha usato l’incontro per rendere noti al mondo i dettagli tecnici della sua alleanza internazionale anti-dollaro.

Il 10 giugno, il consigliere economico di Putin Sergey Glaziev aveva pubblicato un articolo dove spiegava la necessità di stabilire un’alleanza internazionale di paesi disponibili a sbarazzarsi del dollaro nel commercio e nelle loro riserve valutarie, con lo scopo di fermare la stampa di dollari che alimenta il complesso militare-industriale di Washington e gli consente di diffondere il caos attraverso il globo, scatenando guerre civili in Libia, Iraq, Siria e Ucraina.

I critici di Glaziev credono che una tale alleanza sarebbe difficile da stabilire, e che creare un sistema finanziario globale non basato sul dollaro sarebbe estremamente arduo dal punto di vista tecnico. Tuttavia, nel suo discorso con Vladimir Putin, la governatrice della banca centrale ha rivelato un’elegante soluzione tecnica per questo problema, e dato un chiaro indizio sui membri dell’alleanza anti-dollaro in formazione grazie agli sforzi di Mosca e Pechino:

“Abbiamo fatto molto lavoro sull’accordo di scambio rublo-yuan per facilitare il finanziamento del commercio. La prossima settimana ho un incontro a Pechino,” ha detto con noncuranza prima di lanciare la bomba: “Stiamo discutendo con la Cina e i nostri partner BRICS l’istituzione di un sistema di scambi multilaterali che permetterà di trasferire risorse da un paese all’altro, se necessario. Una parte delle riserve valutarie può essere destinata al nuovo sistema.” (Prime news agency)

Sembra che il Cremlino abbia scelto l’approccio “tutto in una volta” per la sua alleanza anti-dollaro. Gli scambi valutari tra le banche centrali dei BRICS faciliteranno il finanziamento del commercio aggirando completamente il dollaro. Allo stesso tempo, il nuovo sistema agirà di fatto come un sostituto del FMI, perché permetterà ai membri di indirizzare risorse per finanziare i paesi più deboli. Un bonus importante di questo sistema “quasi-FMI” sarà che i BRICS useranno una parte (molto probabilmente la parte in dollari) delle loro riserve valutarie per supportarlo, in tal modo riducendo drasticamente l’ammontare di strumenti basati sul dollaro comprati da alcuni dei maggiori creditori esteri degli USA.

Gli scettici affermeranno sicuramente che un’alleanza anti-dollaro dei BRICS non riuscirà a privare il dollaro del suo status di valuta di riserva globale. Invece di argomentare contro questa linea di pensiero, è più facile indicare che Washington sta facendo del suo meglio per allargare le fila dei nemici del dollaro. Alla domanda del canale Russia 24 di commentare le dichiarazioni della Nabiullina, Andrei Kostin, presidente della banca statale VTB e uno dei più fedeli sostenitori delle politiche anti-dollaro, ha offerto un’interessante prospettiva sulla situazione in Europa:
“Penso che il lavoro sullo scambio rublo-yuan verrà finalizzato molto presto, e ciò aprirà la strada ai regolamenti in rubli e yuan. Inoltre, non siamo i soli a prendere tali iniziative. Conosciamo le dichiarazioni del sig. Noyer, presidente della Banca di Francia. In risposta a ciò che gli americani hanno fatto all BNP Paribas, sostiene che il commercio con la Cina debba essere fatto in yuan o in euro.”

Se l’attuale tendenza continuerà, il dollaro sarà presto abbandonato dalla gran parte delle economie globali significative, e verrà cacciato dalla finanza commerciale globale. La prepotenza di Washington farà scegliere l’alleanza anti-dollaro perfino agli ex-alleati americani. Per il dollaro il punto di non ritorno potrebbe essere più vicino di quanto generalmente si creda. Di fatto, la banconota verde potrebbe già aver oltrepassato il punto di non ritorno verso l’irrilevanza.

La guerra in Ucraina potrebbe diventare la guerra per l’indipendenza dell’Europa dagli Usa” (http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=8149)

“Se gli Usa osano introdurre sanzioni contro la Russia, non potremmo più considerarli come partner affidabile e daremmo la raccomandazione di vendere le obbligazioni statali americane, pari ad oltre 200 miliardi di dollari, e i dollari come valuta, nonché di lasciare il mercato Usa”. Lo scorso marzo, con queste parole, il consigliere economico del Cremlino Serghiei Glaziev fu il primo a suggerire di abbandonare il dollaro in rappresaglia alle sanzioni degli Stati Uniti, una strategia che ha funzionato, perché sebbene il Cremlino abbia mantenuto il controllo sulla Crimea, le sanzioni occidentali si sono magicamente interrotte (e non solo, la banca centrale russa ha appena segnalato che il surplus delle partite correnti del paese nel 2014 ha raggiunto i 35 miliardi dollari, in crescita dai 33 miliardi dollari nel 2013, e molto lontano dalle stime di un deflusso di capitali di oltre 220  miliardi di dollari che Mario Draghi aveva annunciato ad inizio maggio).

Glazyev è anche la persona che ha spinto il Cremlino ad avvicinarsi alla Cina e a forzare l’accordo sul gas naturale con Pechino che si è concretizzato non necessariamente nei termini più vantaggioso per la Russia.

Lo stesso Glazyev ha pubblicato un articolo su Argumenty Nedeli, nel quale ha delineato un piano per “minare la forza economica degli Stati Uniti”, al fine di costringere Washington a fermare la guerra civile in Ucraina. Glazyev ritiene che l’unico modo di impedire agli Stati Uniti di iniziare una nuova guerra fredda è quello di mandare in frantumi il sistema del dollaro.

Nel suo articolo, il consigliere economico di Putin e mente dell’Unione economica eurasiatica sostiene cheWashington stia cercando di provocare un intervento militare russo in Ucraina, usando il governo di Kiev come esca. Se soddisfatto, il piano darà a Washington una serie di vantaggi importanti. In primo luogo, permetterà agli Stati Uniti di introdurre nuove sanzioni contro la Russia. E, cosa più importante, una nuova ondata di sanzioni creerebbe una situazione in cui le aziende russe non sarebbero in grado di servire i loro debiti alle banche europee.

Secondo Glazyev, la cosiddetta “terza fase” delle sanzioni contro la Russia avrebbe un costo enorme per l’Unione europea. Il totale delle perdite stimate sarebbe superiore a 1 trilione di euro.Tali perdite danneggerebbero gravemente l’economia europea, rendendo gli Stati Uniti l’unico “rifugio sicuro” nel mondo. Dure sanzioni contro la Russia avrebbero l’effetto di indebolire Gazprom sul mercato europeo dell’energia, spalancando la strada al gas degli Stati Uniti, molto più costoso.

Cooptare i paesi europei in una nuova corsa agli armamenti e in operazioni militari contro la Russia aumenterebbe l’influenza politica americana in Europa e aiuterebbe gli Stati Uniti a costringere l’Unione europea ad accettare la versione americana del TTIP, un accordo commerciale che trasformerebbe l’UE in una grande colonia economica degli Stati Uniti. Glazyev ritiene che innescare una nuova guerra in Europa porterebbe solo benefici per l’America e solo problemi per l’Unione europea. Washington ha ripetutamente utilizzato le guerre globali e regionali per il bene dell’economia americana e ora la Casa Bianca sta cercando di usare la guerra civile in Ucraina come pretesto per ripetere il vecchio trucco.

Il set di contromisure proposte da Glazyev si rivolgono in modo specifico alla forza di base della macchina da guerra degli Stati Uniti, vale a dire la Fed.. Il consigliere di Putin propone la creazione di una “grande alleanza anti-dollaro” dei paesi disposti e in grado di eliminare il dollaro dal loro commercio internazionale. I membri dell’alleanza dovrebbero anche astenersi dal mantenere riserve monetarie in strumenti denominati in dollari. Una coalizione anti-dollaro sarebbe il primo passo per la creazione di una coalizione anti-guerra che potrebbe fermare l’aggressione degli Stati Uniti ‘.

Sergey Glazyev ritiene che il ruolo principale nella creazione di una tale coalizione politica deve essere svolto dalla comunità imprenditoriale europea perché i tentativi americani di innescare una guerra in Europa e una guerra fredda contro la Russia stanno minacciando gli interessi delle grandi imprese europee. A giudicare dai recenti sforzi per fermare le sanzioni contro la Russia fatti da imprenditori tedeschi, francesi, italiani e austriaci, la valutazione del consigliere di Putin sembra essere corretta. Abbastanza sorprendentemente per Washington, conclude Glazyev, la guerra in Ucraina potrebbe presto diventare la guerra per l’indipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti e una guerra contro il dollaro.

Per correzioni, contributi e integrazioni francescofilini@gmail.com

 

Aurita

Francesco Filini, amministratore locale e studioso di economia, geopolitica e moneta. E' tra i fondatori della scuola di studi giuridici e monetari Giacinto Auriti, scrive sul rapportoaureo.it da oltre 5 anni ed è autore del saggio "Il Segreto della moneta - verso la Rivoluzione auritiana".

2 commenti:

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