The walking debt. È risiko mondiale

 

di Sara lapico

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È sotto gli occhi di tutti: viviamo nella peggiore crisi del dopoguerra.

Molti economisti invocano la “panacea” di tutti i mali che consisterebbe nella stampa di denaro.  Ma la questione, frettolosamente liquidata come “economica” è, ancor prima di ciò, di natura geopolitica. I rapporti di forza tra nazioni, o semplicemente tra blocchi, che perseguono interessi o visioni contrapposte, hanno da sempre governato la storia.

La nostra generazione ha avuto la fortuna di vivere in un periodo di relativa prosperità e questo ha appannato la nostra comprensione degli eventi, complice in ciò la propaganda televisiva, diretta a replicare incessantemente ritornelli sempre uguali che si rifanno alla fratellanza, alla solidarietà. Certamente questi sono valori umani fondamentali che purtroppo, come vediamo, non vengono perseguiti dai centri di potere che governano il mondo e anzi, sono utilizzati per influenzare l’opinione pubblica.

Ovunque, l’aspirazione dei cittadini è aver denaro sufficiente per poter condurre una vita serena. L’interesse dei Paesi è, invece, per rifarci al lessico marxista, quello di estrarre il maggior plusvalore possibile dai lavoratori onde poter inondare il mondo con le proprie merci a basso costo. Già questa semplice evidenza basterebbe a far comprendere che lo Stato, sia esso nazionale o sovranazionale, è in realtà, come direbbe Russell, “un insieme che non appartiene a sé stesso”.

In altre parole, l’interesse dei comuni cittadini non solo non ha nulla a che fare ma addirittura confligge con l’interesse delle classi dominanti. Noi viviamo in un sistema economico che a grandi linee funziona come due enormi vasi comunicanti: ciò che un Paese perde, l’altro guadagna. È un gioco a somma zero, una guerra di conquista dove o si vince o si perde, ed esso passa per la conquista di infrastrutture, di materie prime e giacimenti.

È come vivere in un enorme risiko mondiale. Queste tattiche di conquista sono studiate dalla geopolitica, materia che è ritornata alla ribalta con la fine del bipolarismo Usa-Urss. Oggi il mondo è tutto un rimappare di rapporti di forza. In questa “guerra silenziosa” nulla è escluso: propaganda, internazionalizzazione dell’economia, strategia militare, demografia ecc. Una posizione di primo piano, non certo esclusiva ma comunque di capitale importanza, è riservata alla forza economico-produttiva che si esplica attraverso l’arma dell’esportazioneivi compresa quella dei capitali.

Ma perché è così importante esportare? Le merci sono come bombe a mano, come piccoli carri armati che avanzano nel territorio nemico facendo crescere la massa di debiti verso la nazione importatrice. D’altra parte John Adams -1735,1826- lo aveva detto senza mezzi termini: “Una nazione si conquista con le armi o con i debiti”. Per capirci, grosso modo funziona così: immaginiamo la potenza A e la potenza B. Se A produce poche merci, deve importarle giocoforza, da B.

Più importo, più sono costretto a diventare competitivo per non farmi travolgere dalla massa di debiti accumulata nei confronti della “fortezza nemica”. Per poter competere ed offrire le mie merci devo tenere bassi i salari e aiutarmi con la svalutazione del cambio, una specie di “sconto” che rende i miei prodotti maggiormente appetibili. Il rovescio della medaglia della “svalutazione” consiste nell’aumento dei costi per le merci o materie prime che sono costretto ad importare (ad es nel caso Italia il petrolio). Aumentando i costi d’importazione sono obbligato a riequilibrare nuovamente il prezzo delle merci, affinché non risultino fuori mercato: per fare questo si passa per la via obbligata dei tagli al personale, della ricontrattazione al ribasso dei salari, dell’aumento delle ore lavorative o dell’importazione di manodopera a basso costo.

Tale dinamica non è risultata particolarmente visibile finché si è trattato di “ricostruire” i paesi distrutti dai conflitti, in quanto la crescita ha consentito di occupare spazi interni. Per sostenere la fase espansiva sono intervenuti numerosi fattori: la pubblicità, la vendita a rate che aveva lo scopo, letteralmente, di “guadagnare tempo”e rinviare il nodo dell’inflazione, nel cui schema si inserisce il più volte menzionato divorzio Tesoro-Bankitalia. Quest’ultimo evento ha avuto la duplice valenza non solo di frenare l’inflazione, ma anche di favorire l’internazionalizzazione del mercato italiano.

Si comprende, così, come le giuste rivendicazioni salariali da parte dei lavoratori sono una questione che travalica il semplice contrapporsi con il singolo imprenditore, in quanto abbracciano rapporti di forza ben più articolati e complessi.

È in questo senso che va letta l’acclamazione dell’economista Mario Monti, quale “salvatore della Patria”. In un sistema come quello europeo, fatto di cambi fissi, il senatore ha optato per l’unica scelta possibile: ha aumentato le tasse e tagliato servizi, creando una rarefazione monetaria che ha portato a svariate chiusure e fallimenti di attività. La conseguenza di questa scelta, che si è risolta in una drammaticità vissuta da parte dei licenziati e delle loro famiglie, ha prodotto un’offerta di manodopera a costi inferiori. Insomma, si è svalutato il fattore produttivo per eccellenza, ossia la “manodopera”. Tale dolorosa operazione permette di continuare ad offrire le proprie merci-munizioni sullo scacchiere internazionale.

Vi è da considerare, inoltre, la questione delle multinazionali, veri e propri strumenti di depauperamento dei sistemi economici nazionali.

Per un’analisi tecnica rimandiamo a un nostro articolo sul funzionamento del sistema Target 2(1) vigente in area euro, qui ci limiteremo a sommari cenni. Le società multinazionali si caratterizzano per la delocalizzazione della produzione nei luoghi più poveri del pianeta, dove possono contare su manodopera a basso costo per poi rivendere la merce, nei paesi più ricchi. Queste entità giovano anche delle differenze di cambio, che amplificano ulteriormente i già straordinari guadagni.

Per merito del sistema di pagamento denominato Target 2 è poi facilmente possibile drenare ricchezza dal Paese acquirente verso il Paese venditore, il quale utilizzerà la liquidità ottenuta con la transazione commerciale per acquistare titoli del debito pubblico realizzando, da una parte, altri guadagni, e dall’altra l’ulteriore impoverimento nella zona colpita. Risulterà poi facile, così come nel caso dell’Italia, impadronirsi di aziende strategiche a prezzi di saldo.

Il meccanismo ricalca a grandi linee quanto successo ai tempi del crollo dell’Impero romano d’Occidente -476 D.c-. L’Impero, indebitato con l’Oriente venne man mano demonetizzato, attraverso un’operazione di trasferimento di metalli preziosi verso Oriente. A nulla valse lo svilimento della moneta interna: prezzi alle stelle, pressione tributaria insostenibile, commerci fermi, classe media massacrata, furono le tragiche conseguenze che caratterizzano la crisi del III secolo(2).

La situazione oggi è molto preoccupante. Per risolvere definitivamente il problema occorrerebbe rendere il sistema omogeneo agli interessi dei popoli del pianeta, perché è di tutta evidenza che esistono interessi confliggenti tra loro: Stato, mercato, finanza, banche, ong, tribalismi ecc. sono i molteplici attori attivi nello scacchiere mondiale. Il Prof Giacinto Auriti, giova ricordarlo, ha proposto la moneta proprietà di popolo, la quale svolgerebbe un ruolo fondamentale teso a nullificare la ragion d’essere dei conflitti. Nel frattempo ci si auspica una soluzione pacifica, non violenta, che dia respiro alle popolazioni pena un disastro socio economico di dimensioni apocalittiche.

Allo stato attuale pare che la via sia segnata e vada verso l’incessante centralizzazione, così come descritta da Lenin, del potere economico-produttivo(3). Poche grandi multinazionali che controllano ogni cosa. Se ciò dovesse verificarsi la folle discesa verso gli inferi in una perenne spirale al ribasso sarà inevitabile. Non ci resta che confidare in una soluzione indolore.

 

20.11.2020, per scuola di studi Giuridici e monetari “Giacinto Auriti”, Dott.ssa Sara Lapico.

fonte: http://www.giacintoauriti.com/notizie/205-the-walking-debt-e-risiko-mondiale.html

 

note

1) http://www.giacintoauriti.com/notizie/96-come-il-frigorifero-tedesco-indebita-gli-italiani.html

2) http://www.storico.org/impero_romano/caduta_imperoromano.html

3) Lenin: L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, Ed. Lotta comunista, 2002

Giovanni Moretti

Giovanni Moretti è nato a Torino nel 1963. Specialista in architetture informatiche e servizi ICT, ha studiato e lavorato per più di trent'anni per grandi multinazionali del settore per trovarsi ora in un percorso a ritroso che era iniziato in giovinezza con l'algebra di George Boole, poi proseguito in direzione di Gottlob Frege raccogliendo, strada facendo, una profonda passione per la filosofia

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