La teoria dei giochi di John Nash e il whatever it takes di Mario Draghi

di Massimiliano Scorrano

John Nash, o meglio, John Forbes Nash Jr, era un matematico statunitense. Conosciuto grazie al film “A beautiful mind”, era un brillante matematico nato negli USA. Fu insignito del premio Nobel per l’economia nel 1994. L’accademia volle premiarlo per i suoi studi a cui diede il nome di “teoria dei giochi”. Tale teoria prende spunto dalla matematica applicata che analizza e trasforma in dati confrontabili le scelte di un soggetto in situazioni di conflitto o di interazioni strategiche con altri soggetti (da due a più di due). La scelta razionale effettuata da uno può influire sulle scelte degli altri e cosi progressivamente, con una serie di mosse e contromosse. Alla fine si può giungere a un risultato massimo conseguibile a cui nessuna delle parti potrà opporsi, essendo il migliore per tutti.

A tal proposito è utile leggere le risultanti del “dilemma del prigioniero”. Il dilemma del prigioniero è una situazione in cui le scelte individuali dei giocatori, pur essendo strategie dominanti, determinano un equilibrio inefficiente. Nella teoria dei giochi (game theory) il dilemma del prigioniero dimostra l’inefficienza delle scelte individuali in particolari situazioni di gioco. Infatti a John Nash hanno attribuito una frase, che forse non avrà pronunciato ma che nei fatti ha dimostrato: “Adam Smith va rivisto. Adam Smith dice che il miglior risultato si ottiene quando ogni componente del gruppo fa ciò che è meglio per se. Sbagliato; il miglior risultato si ottiene quando ogni componente del gruppo fa ciò che è meglio per se e per gli altri”.

E questo Mario Draghi lo sa perfettamente. L’ultima sua uscita pubblica, in un’intervista rilasciata al Financial Times, (1) e riportata da un po’ tutti i quotidiani italiani, affronta il problema di questa crisi pandemica che ha risvolti sicuri sul piano economico e finanziario delle aree coinvolte. Se andiamo ad analizzare le sue esternazioni Draghi sostiene che in questo frangente è buona cosa che il sistema produttivo italiano sia sostenuto dalla capacità dello Stato di contrarre debito, essendo, quella che stiamo vivendo, una situazione paragonabile ai danni causati da una guerra. Nel passato gli Stati lo hanno fatto proprio per sostenere le proprie economie.

La sostenibilità di un tessuto produttivo, in situazioni particolarissime, deve essere necessariamente sostenuta dall’intervento pubblico, in quanto il bilancio dello Stato è l’unico bilancio che possa farsi carico del debito privato. Sia ben inteso, sempre di debito si tratta. Infatti uno studio di Prometeia (2) prevede un PIL in discesa del 6,5% nel 2020 ed un rapporto Debito/PIL al 150% rispetto all’attuale 136%.

Numeri spaventosi. E questo Draghi lo sa. Draghi, ex Governatore BCE ed ex Goldman Sachs, sa perfettamente che per scongiurare il crollo di tutti il sistema occorre che qualche soggetto garantisca e copra il debito privato ossia il debito che il tessuto produttivo dovrà sostenere per riconquistare fatturati, e per distribuire il reddito a tutti quelli che partecipano alla costruzione di quel fatturato.

Sa perfettamente che non è la spesa pubblica o perlomeno non solo, a far muovere l’economia ma che è soprattutto l’intervento imprenditoriale a generare reddito e quindi sostenibilità delle persone, quelle stesse persone che in mancanza di reddito spendibile potrebbero rappresentare anche un problema di ordine pubblico.

Questo Draghi lo sa. E a nulla servono in questo frangente le levate di scudi contro l’esternazione di Draghi da parte di quelli «che aborrono un “vile affarista” che suggerisce di adottare politiche di bail-out rifiutando il bail-in di quel MES che alcuni Stati dell’Eurozona vogliono per noi riservando per loro lo stesso bail-out». Mario Draghi lo sa benissimo e l’unica cosa che sa e che può offrire è l’unica soluzione percorribile nel breve periodo: l’indebitamento che assicura liquidità al sistema (noi) e guadagni (loro). È un peccato che Mario Draghi non entri nel dettaglio, perché sarebbe curioso capire se l’uomo della Goldman Sachs che scrive dalle colonne del Financial Times abbia voluto scagliarsi contro i “falchi” tedeschi che tanto lo avevano criticato durante la sua reggenza alla BCE.

Non si è capito se Mario Draghi sia favorevole agli Eurobond, ovvero ad una politica fiscale “comunitaria” per condividere il debito, oppure se il debito devono continuare a contrarlo singolarmente gli Stati UE come chiedono i tedeschi. Perché la partita finanziaria globale ai tempi del coronavirus sembra essere un duello tra la finanza anglo-americana (di cui lo stesso Draghi è un alto rappresentante) e quella euro-tedesca (il cosiddetto “Asse del nord”).

In questa prima fase, l’articolo 49 del D.L. n. 18 del 17/03/2020 (3) ha previsto estensioni, per la durata di 9 mesi, delle garanzie a titolo gratuito verso il fondo di garanzia di cui alla Legge n. 662 del 23/12/1996. Tali estensioni permetteranno di finanziare le imprese attraverso il sistema bancario. Essa non rappresenta una dazione diretta verso le imprese ma solo garanzie che, se dovessero essere azionate nei casi di sofferenza del credito vantato dalle banche, genererebbe debito a carico dei contribuenti. Non rappresenta iniezione di liquidità da parte dello Stato italiano e non potrebbe farlo visto le norme in essere. Come del resto l’attesa di una risposta da parte dell’Unione europea entro 10 giorni, come intimato dal Presidente del Consiglio dei Ministri, potrebbe rappresentare una inutile e pericolosa perdita di tempo tale da poter spalancare il baratro sotto di noi, portandoci ad accettare condizioni ben più capestro.

Ma quali scenari ci aspettano? Con ogni probabilità la battaglia successiva si combatterà sul piano del contenimento o dell’innalzamento dell’inflazione. Tutti ravvedono la necessità di provocare uno shock ma tali shock lasciano sempre vittime sul teatro di guerra. Che poi sono le stesse vittime causate anche dalla deflazione imposta dalle politiche comunitarie e dalla BCE per mandato ricevuto che, non bisogna mai dimenticarlo, ha il compito principale di contenere i prezzi dei beni. Se da un lato la Commissione Europea si è affrettata a dichiarare che in questo periodo particolare il patto di stabilità è sospeso, rimane sempre il vincolo di mandato di BCE che non è nata per favorire l’inflazione.

Questo continua ad essere vero anche se Mario Draghi, proprio in ragione di un disastro che egli stesso giudica di dimensioni bibliche evoca un nuovo whatever it takes di carattere infinitamente più urgente ma soprattutto dalle intenzioni antipodicamente opposte a quello precedente. Un “cambiamento di mentalità” che presagisce la necessità di implementare strumenti che vanno ben al di là dell’inutilizzato programma OMT e del più illimitato degli alleggerimenti quantitativi, che arrivi dunque a finanziare l’emergenza COVID-19 a fondo perduto, ovvero tramite l’emissione di speciali obbligazioni governative di tipo perpetuo, senza scadenza ovvero senza rimborso che le banche centrali nazionali monetizzerebbero direttamente, per affrontare le incalcolabili ricadute economiche di questa crisi del tutto esogena dove l’assenza di alternative è proprio la necessità impellente di evitare la distruzione del sistema produttivo, oltre a impedire i suicidi, i disordini sociali e la guerra civile che scatenerebbe a brevissimo una mancata o ritardata azione da parte dell’esecutivo.

Quindi vi è una concessione a che gli Stati Europei contraggano debito, come auspicato da Mario Draghi, ma senza generare inflazione incontrollabile tale da rendere difficile gli investimenti sul mercato finanziario; sì perché chi investe sui mercati finanziari non vuole che il proprio investimento a lungo termine svilisca sotto la scure dell’inflazione. E allora dobbiamo prepararci a una nuova stagione di battaglie sull’inflazione desiderata, che distrugge il potere di acquisto degli stipendiati fissi in un contesto, il nostro, dove non vi è più l’adeguamento dei salari e degli stipendi in modo agganciato all’inflazione.  Occorrerà però prevedere un piano per il riassorbimento di questa spesa pubblica.

Un interessante studio del Prof. Artoni, ex commissario Consob e docente emerito di Scienza delle finanze all’Università Bocconi di Milano, circa la spesa pubblica dal 1861 ad oggi, ci mostra che in Italia si sono avuti solo tre casi in cui il debito pubblico è stato corposamente ridotto (4). In pratica si sono avuti in occasione della repentina crescita economica sotto il governo Giolitti, dopo che nel 1897 il rapporto debito/PIL raggiunse il 117%; nell’immediato primo dopoguerra quando si raggiunse il 160% del rapporto debito/PIL che di fatto venne risolto con la cancellazione di una parte del debito e con un poderosa riduzione del debito interno, effettuando vorticosi tagli; in occasione della seconda guerra mondiale, quando il rapporto debito/PIL raggiunse il 108% “risolto” con un’eccezionale inflazione che sbriciolò il valore reale del debito sin lì contratto.

Tutti hanno paragonato questa emergenza Covid 19, soprattutto Mario Draghi, a uno scenario economico di guerra. Delle tre casistiche italiane la prima, impennate repentine di crescita, non ci sembra plausibile, la seconda, la remissione del debito, non ci sembra percorribile (chi l’accetterebbe?), la terza, la grande inflazione, sembra essere la strada voluta ma non concedibile dai finanziatori ed a caro prezzo della collettività che non trova tutelato il potere di acquisto.

È bene ribadire che se si fossero applicate le soluzioni del professor Auriti non ci troveremmo in questa condizione ma la situazione contingente è questa e con questa bisogna confrontarsi. È chiaro che le proposte presentate afferiscono alla mera sfera circolatoria della moneta. Tutt’altra cosa è la fase dell’emissione monetaria. In questo momento, e solo in questo, dobbiamo fare i conti con quello che è il sistema attuale e il sistema attuale prevede che per ottenere strumenti monetari occorre indebitarsi, sia come debito privato da sostenere e sia come debito pubblico a sostegno e garanzia. E questo tutti lo sanno. In una trasmissione televisiva il Prof. Auriti, parlando di moneta debito, riferiva che tale aberrante sistema lo combatteva ma che per raggiungere gli studi televisivi con la propria autovettura aveva dovuto fare carburante utilizzando moneta di provenienza debitoria; ha dovuto fare di necessità virtù perché in quel momento, come in questo, questi sono gli strumenti a disposizione. Non si sotterra l’ascia di guerra. Ora si applica la teoria dei giochi di John Nash…”non è bene ciò che è bene per se stessi ma è bene ciò che è bene per se stessi e per gli altri”.

27/03/2020, Massimiliano Scorrano

 

note

  1. https://www.ft.com/content/c6d2de3a-6ec5-11ea-89df-41bea055720b
  2. https://www.prometeia.it/news/papporto-previsione-marzo-2020-highlights
  3. https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/03/17/20G00034/sg
  4. https://www.ilsole24ore.com/art/debito-pubblico-come-quando-e-perche-e-esploso-italia-AEMRbSRG

Giovanni Moretti

Giovanni Moretti è nato a Torino nel 1963. Specialista in architetture informatiche e servizi ICT, ha studiato e lavorato per più di trent'anni per grandi multinazionali del settore per trovarsi ora in un percorso a ritroso che era iniziato in giovinezza con l'algebra di George Boole, poi proseguito in direzione di Gottlob Frege raccogliendo, strada facendo, una profonda passione per la filosofia

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