La ricetta di Tremonti per ricostruire l’Italia

 

Non serve Draghi, basta Tremonti(1): l’ex Ministro dell’Economia ha capito prima di tutti che quella che sta eseguendo la Federal Reserve è la stessa ricetta che Draghi ha riproposto per l’Europa dalle colonne del Financial Times(2). È un appello rivolto agli europei tutti tra cui non solo i tedeschi ma soprattutto gli italiani, e con le ragioni per cui in un’Europa dissolta dall’ottusità nichilista dei tedeschi l’ipotesi di una condivisione del debito, dallo stesso Tremonti in precedenza caldeggiata (eurobond) ed ora, alla luce dei fatti indimenticabilmente imperdonabili conseguenti l’emergenza Covid-19, è oramai assurda, propone l’emissione di titoli di Stato a lunghissima scadenza (50-100 anni sono in sostanza equivalenti a un perpetuo) “esenti da ogni imposta presente e futura”, “un piano di difesa e ricostruzione nazionale”, cioè un Piano Marshall come fu l’Accordo di Cooperazione con gli Stati Uniti siglato a Roma il 28 giugno del 1948, un “prestito della ricostruzione”(3) che “darà lavoro agli operai che ricostruiranno l’Italia”, ovvero un sostanziale tasso zero da parte degli istituti di credito.

Tremonti non ha interpretato Draghi come hanno fatto quelli che dell’articolo di Sapelli(4) si sono limitati a leggere l’incipit. Dell’articolo che Draghi ha scritto sul Financial Times ha capito che quelle di Trump erano intenzioni che aveva annunciato già da parecchio tempo e quella dell’emergenza Covid-19 è la classica palla presa al balzo. Tuttavia, quel “giving the Treasury access to its printing press” non significa (o perlomeno non ancora) modifica, deroga, stralcio dei banking act facendo accedere il Fed al mercato primario delle obbligazioni governative secondo l’agognato schema hamiltoniano, ma gestire più direttamente, da parte del Congresso, la politica di accesso all’open market.

Draghi sta suggerendo di fare in Europa qualcosa di simile attraverso quel menzionato “change of mindset”. Questo però non significa che il passo successivo potrà essere quello della fusione di Tesoro e Fed (ovvero l’intrusione della politica monetaria in quella fiscale, secondo i desiderata dell’ex Governatore della Banca d’Italia ed ex Presidente della Banca centrale europea) in un’unica entità “superando il cosiddetto «divorzio Tesoro-Banca d’Italia»”(5). Per poterlo fare, come si diceva, dovrebbero cambiare tutti i banking act a partire da quello fondativo del Fed del 1913, che impediscono tale “matrimonio” anzi, è proprio in questo che consiste il celeberrimo “divorzio” (che non è mai avvenuto proprio perché mai c’è stato matrimonio), e riguarda tutto l’Occidente almeno a partire dalla fine della seconda guerra, non solo Bankitalia.

Sul Financial Times Mario draghi è stato molto chiaro, sul tipo di intervento che suggerisce di fare, e cioè un nuovo whatever it takes ma di carattere infinitamente più urgente e soprattutto, nei modi e nella forma, molto più simile agli interventi che Trump sta già facendo senza l’intralcio dell’odioso, inaccettabile nichilismo teutonico. Ciò che propone Tremonti non è un aumento del debito a fronte di spesa dello Stato, ma di fortissimo impulso al credito alle imprese.

30/03/2020, Giovanni Moretti
____________

note

1https://www.corriere.it/opinioni/20_marzo_29/piano-difesa-ricostruzione-nazionale-a15a4ab6-71eb-11ea-b6ca-dd4d8a93db33.shtml

2https://www.ft.com/content/c6d2de3a-6ec5-11ea-89df-41bea055720b

3) op.cit. “in alternativa rispetto all’imposta patrimoniale, rispetto alla Troika, rispetto alle perdite in linea capitale che ovunque e comunque sarebbero generate da una crisi così determinata, si lancia un «piano di difesa e ricostruzione nazionale». Un piano che nel suo senso civile e politico non sarebbe poi troppo diverso da quello lanciato nel 1948 con grande successo, sottoscritto dal Guardasigilli Togliatti che lo accompagnò con questa frase: «Il prestito darà lavoro agli operai. Gli operai ricostruiranno l’Italia». La realtà è oggi certo molto diversa da allora, ma lo spirito può e deve essere lo stesso. Un piano basato sull’emissione di titoli pubblici a lunghissima scadenza, con rendimenti moderati, ma sicuri e fissi, garantito dal sottostante patrimonio della Repubblica (per cui si può e si deve introdurre un regime speciale, anche urbanistico), titoli assistiti, come in un tempo che è stato felice, da questa formula: «esenti da ogni imposta presente e futura».”

4https://www.ilsussidiario.net/news/dietro-le-quinte-sapelli-le-vere-strategie-di-draghi-macron-e-merkel/2002460/

5) op.cit. “Questa è l’idea di base. Se viene accettata, accettata in generale e a partire dagli italiani, tempi, tassi e tecniche del prestito certamente possono essere discussi in dettaglio, variati, implementati coinvolgendo le nostre banche, i nostri fondi. Per inciso, può e deve essere applicata in Italia la tecnica, ortodossa per definizione, che applicata in Germania per l’emissione dei titoli pubblici in questo modo superando il cosiddetto «divorzio Tesoro-Banca d’Italia», introdotto nel 1981 e ormai superato dalla storia. Così canalizzato sull’interno e messo in sicurezza il nostro risparmio, bloccata o ridotta la fuga dei capitali verso l’estero, favorito all’opposto il loro rimpatrio, non è certo da escludere — anzi è da introdurre — un regime di speciale favore per i titoli italiani sottoscritti dall’estero”

Giovanni Moretti

Giovanni Moretti è nato a Torino nel 1963. Specialista in architetture informatiche e servizi ICT, ha studiato e lavorato per più di trent'anni per grandi multinazionali del settore per trovarsi ora in un percorso a ritroso che era iniziato in giovinezza con l'algebra di George Boole, poi proseguito in direzione di Gottlob Frege raccogliendo, strada facendo, una profonda passione per la filosofia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *