Ecco perché i marxisti come Fusaro non capiranno mai cos’è la moneta

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Diego Fusaro

Diego Fusaro

“Marx never questioned money”, Marx non ha mai messo in discussione il denaro, ripeteva più volte il poeta Ezra Pound. Ed effettivamente i marxisti, nonostante la critica al capitale e alle banche, non riescono a comprendere cosa sia davvero il denaro. Sentiamo spesso parlare in tv il giovane pensatore Diego Fusaro, la sua critica al sistema finanziario è ineccepibile ma il processo dialettico rimane limitato perché circoscritto entro il recinto della dottrina marxista, perciò incapace di dare soluzioni concrete al problema dei problemi: l’emissione di denaro a debito da parte del sistema delle banche centrali, principale oggetto di studio di questo blog. Pubblichiamo qui un estratto del capitolo 7 del libro “Il Segreto della Moneta – verso la Rivoluzione Auritiana” che mette, tra le altre cose, in evidenza il limite marxista di cui parlava il grande Ezra Pound ormai un secolo fa.

[…] Notoriamente a Carlo Marx viene affibbiata la patente di filosofo del materialismo, ma i presupposti da cui muove il pensiero smithiano sono gli stessi del pensiero material-marxista: considerare il lavoro umano come elemento valorizzante le merci, equivale ad attribuire il valore di uno specifico oggetto alla materia con cui è composto l’oggetto stesso. Cerchiamo di precisare meglio questo concetto. Marx (come Smith), distingue il valore d’uso di una merce dal valore di scambio: l’utilità di un oggetto costituisce il suo valore d’utilizzo, ma quest’utilità non aleggia nell’aria, è un portato delle qualità del corpo della merce e non esiste senza di esso. È la materia di cui è costituito l’oggetto, il corpo della merce stesso, come il ferro, il grano, il diamante ecc…, ad avere un valore di utilizzo.[1] Ciò equivale a dire che il valore di un qualsiasi oggetto è di natura esclusivamente materiale:

«Il valore d’uso si realizza soltanto nell’uso, ossia nel consumo. I valori d’uso costituiscono il contenuto materiale della ricchezza, qualunque sia la forma sociale di questa. Nella forma di società che noi dobbiamo considerare, i valori d’uso costituiscono insieme i depositari materiali del valore di scambio».[2]

Con questa premessa Marx arriva a definire cosa sia il valore di scambio, che altro non è se non un rapporto quantitativo, la proporzione nella quale i valori d’uso d’un tipo sono scambiati con valori d’uso di altro tipo[3]. Il valore di scambio è dato quindi dalla quantità di merce che ha un suo valore d’uso che è scambiato con un’altra merce di quantità proporzionalmente uguale. Il valore di scambio è quella proprietà della merce che permette a quest’ultima di essere scambiata, in proporzioni determinate, con altre merci.

Come abbiamo visto, addirittura il lavoro umano si “cristallizza”, si “oggettivizza” nella materia. Ed è proprio la cristallizzazione del lavoro nel prodotto lavorato a determinare il valore delle merci. Il tempo diventa un fattore indispensabile per misurare la grandezza del valore:

Ezra Pound«E come misurare ora la grandezza del suo valore? Mediante la quantità della “sostanza valorificante”, cioè del lavoro, in esso contenuta. La quantità del lavoro a sua volta si misura con la sua durata temporale, e il tempo di lavoro ha a sua volta la sua misura in parti determinate di tempo, come l’ora, il giorno ecc.».

La teoria del valore di Marx si differenzia da quella di Smith (e dei suoi epigoni come Ricardo) ponendo una distinzione terminologica fondamentale: Smith parla di lavoro, Marx di forza-lavoro:

«Il capitalista compera agli stessi operai, a quanto sembra, il loro lavoro con del denaro. Per denaro essi gli vendono il loro lavoro. Ma ciò non è che l’apparenza. Ciò che essi in realtà vendono al capitalista per una somma di denaro è la loro forza lavoro. […] La forza lavoro è dunque una merce, che il suo possessore, il salariato, vende al capitale. Perché la vende? Per vivere».[4].

Il lavoro per Marx, come merce in sé per sé, è solo valore d’uso, mentre la forza-lavoro si realizza come merce che ha valore di scambio. La forza-lavoro è una merce che ha come qualità peculiare quella di contenere il valore d’uso e la capacità di valorizzazione che è appunto il valore di scambio.

Anche Marx, come tutti i filosofi che si sono occupati di economia, cita Aristotele per chiarire ulteriormente il suo concetto di valore. È importante il passaggio sulla filosofia dello Stagirita, perché risulta propedeutico alla filosofia marxiana per chiarire cosa sia il denaro:

«In primo luogo Aristotele enuncia chiaramente che la forma di denaro della merce è soltanto la figura ulteriormente sviluppata della forma semplice di valore, cioè dell’espressione del valore di una merce in qualsiasi altra merce a scelta, poiché dice:

“5 letti = 1 casa”

“non distingue” da:

“5 letti = tanto e tanto denaro”.

Inoltre vede che il rapporto di valore al quale è inerente l’espressione di valore implica, a sua volta, che la casa venga posta come qualitativamente eguale al letto, e vede che queste cose, differenti quanto ai sensi, non sarebbero riferibili l’una all’altra come grandezze commensurabili se nell’essenza non partecipassero di tale eguaglianza. Egli dice: “Lo scambio non può esserci senza l’eguaglianza, e la eguaglianza non può esserci senza la commensurabilità”. Ma qui si ferma, e rinuncia all’ulteriore analisi della forma di valore. “Ma è in verità impossibile che cose tanto diverse siano commensurabili”, cioè qualitativamente eguali».[5]

Qualità e quantità di ogni cosa utile sono i due aspetti fondamentali delle merci che Marx affronta nelle prime righe de Il Capitale.[6] In questo passaggio egli fa notare come Aristotele per definire il valore non si soffermi mai sulla qualità di un utensile, poiché la qualità di una merce non può essere oggetto di comparazione. La conditio sine qua non dello scambio è l’uguaglianza, e l’uguaglianza è possibile solo quando gli oggetti possono essere misurati. Non essendo possibile misurare oggettivamente la qualità, la quantità è l’unica proprietà intrinseca delle merci che può essere considerata nello scambio. Nel mettere in relazione i valori delle merci si deve presupporre che tanto la qualità di una casa quanto quella di cinque letti siano uguali.

Secondo Marx, Aristotele non coglie a pieno il concetto di valore:

«Aristotele stesso ci dice dunque per quale ostacolo la sua analisi si arena: per la
Aristotele mancanza del concetto di valore. Che cos’è quell’eguale, cioè la sostanza comune che, nell’espressione valore del letto, la casa rappresenta per il letto? Aristotele dichiara che una cosa del genere “in verità non può esistere”. Perché? La casa rappresenta qualcosa d’eguale nei confronti del letto in quanto rappresenta quel che è realmente eguale in entrambi, nel letto e nella casa. E questo è il lavoro umano».[7]

A causa di questo, secondo il filosofo del socialismo, Aristotele non è riuscito ad arrivare al fulcro del valore che è appunto il lavoro, è di natura prettamente contingente all’epoca storica in cui il maestro di Alessandro Magno visse, dove la società si poggiava interamente sul lavoro servile:

«Ma Aristotele non poteva ricavare dalla forma di valore stessa il fatto che nella forma dei valori di merci tutti i lavori sono espressi come lavoro umano eguale e quindi come egualmente valevoli, perché la società greca poggiava sul lavoro servile e quindi aveva come base naturale la diseguaglianza degli uomini e delle loro forze-lavoro».[8]

Marx riconosce il genio di Aristotele per la straordinaria intuizione sul rapporto di uguaglianza nello scambio, da cui scaturisce l’espressione di valore delle merci. Il limite di Aristotele è un limite esclusivamente di natura storica:

«Il genio di Aristotele risplende proprio nel fatto che egli scopre un rapporto d’eguaglianza nella espressione di valore delle merci. Soltanto il limite storico della società entro la quale visse gli impedisce di scoprire in che cosa insomma consista ‘in verità’ questo rapporto di eguaglianza».[9]

Esiste poi una particolare forma di merce che serve come metro di misura dei valori, egli la considera come un equivalente generale di tutti gli scambi nonché involucro del valore: il denaro.

«Ora il genere specifico di merci con la cui forma naturale s’è venuta identificando man mano socialmente la forma equivalente, diventa merce-denaro, ossia funziona come denaro. La sua funzione specificamente sociale, e quindi il suo monopolio sociale, diventa quella di rappresentare la parte dell’equivalente generale entro il mondo delle merci».[10]

Marx è chiaro, e coerentemente con la sua filosofia materialista dice che ilmonete denaro è una merce. Una merce particolare che ha una funzione sociale specifica: ha il grande compito di rappresentare la misura dei valori e nello stesso tempo essere involucro del valore.

Marx si spinge oltre e identifica nell’oro una merce determinata, che ha conquistato storicamente un posto privilegiato fra le merci[11]. Che l’oro sia il denaro per eccellenza viene ribadito nel terzo capitolo de Il Capitale, intitolato: “Il denaro ossia la circolazione delle merci”.

«In questo scritto presuppongo sempre, per semplicità che l’oro sia la merce denaro. La prima funzione dell’oro consiste nel fornire al mondo delle merci il materiale della sua espressione di valore, ossia nel rappresentare i valori delle merci come grandezze omonime, qualitativamente identiche e quantitativamente comparabili. Così esso funzione come misura generale dei valori: e solo in virtù di questa funzione l’oro, che è la merce equivalente specifica, diventa, in primo luogo, denaro».[12]

Il compito dell’oro è di attribuire un nome comune ai valori delle merci, rendendole identiche sotto il profilo della qualità e commensurabili sotto la quantità. Ed è proprio perché ha assunto storicamente la funzione di misurare il valore che l’oro diventa denaro. Il passaggio successivo è di straordinaria importanza:

«Le merci non diventano commensurabili per mezzo del denaro. Viceversa, poiché tutte le merci come valori sono lavoro umano oggettivato, quindi sono commensurabili in sé per sé, possono misurare i loro valori in comune in una stessa merce specifica e, in tal modo, trasformare questa nella loro comune misura di valore, ossia in denaro».[13]

Il valore non risiede nel denaro, ma nella merce-lavoro che si materializza, si “oggettivizza” nelle merci. Questa merce-lavoro oggettivata può essere espressa in una merce specifica che diventa misura di valore comune a tutti i possessori di forza-lavoro. Come si diceva in precedenza, il lavoro può essere misurato esclusivamente in maniera quantitativa per mezzo della sua durata temporale:

«Il denaro come misura di valore è la forma fenomenica necessaria della misura immanente di valore delle merci, del tempo di lavoro».[14]

In conclusione, il denaro per Marx è una merce che è espressione del tempo, della durata del lavoro umano.

La speculazione filosofica marxiana sulla natura prettamente materiale del denaro, entra però in crisi quando è affrontato il problema del prezzo, ovverosia quando il denaro prende forma. Qui Marx è costretto a individuare nell’idea, nella “rappresentazione” l’espressione del valore:

«Il prezzo, ossia la forma di denaro delle merci, è, come la loro forma di valore in generale, una forma distinta della loro forma corporea tangibilmente reale, quindi è solo forma ideale, ossia rappresentata».[15]

Il segreto della moneta - ebook

Questa necessità della rappresentazione è ribadita anche nel passaggio successivo:

«Quindi nella sua funzione di misura del valore il denaro serve come denaro semplicemente rappresentato, ossia ideale. Questa circostanza ha provocato le teorie più pazzesche».[16]

Marx ammette che il denaro, nei fatti, ha una natura che esula dalla materia. Il valore può, infatti, venir espresso in termini puramente ideali e non in materia oggettivata. Entrando su un terreno che contraddice tutta la sua impalcatura di pensiero, Marx bolla come pazzesche le altre teorie che scaturiscono dalla considerazione che esula dal riferimento materiale.

Massimo_ScaligeroIl libero pensatore e filosofo Massimo Scaligero (Veroli, 17 Settembre 1916- Roma, 26 Gennaio 1980), nel suo scritto Il Marxismo accusa il Mondo, nel capitolo II intitolato “L’idolatria mondiale: la materia”, mette in luce la grande contraddizione su cui cade il pensiero marxista-materialista:

«Perché il caposaldo inequivocabile della dottrina marxista e di tutti i suoi successivi sviluppi, si può cogliere interpretato nel seguente pensiero di Lenin: “Il quadro del mondo è il quadro che mostra come la materia si muova e come la materia pensi”. Lo stesso Marx afferma: “Non si può separare il pensiero dalla materia pensante. Questa materia è il substrato di tutti i cambiamenti che si operano”.

Secondo tale veduta, non è l’idea che agisce sulla realtà, bensì è la realtà che agisce mediante l’idea. L’oggetto crea il soggetto, che a sua volta agisce su se stesso: così dovrebbe essere. Ma è una situazione impossibile, perché l’oggetto – se le cose stanno così – è veramente il soggetto.

Non esiste un’obiettiva realtà che crea il suo soggetto, il quale, così creato, la riconosce come obiettiva, ma in cuor suo sa di non essere affatto autore di tale riconoscimento perché è sempre essa realtà obiettiva che agisce in lui ed è il vero soggetto.

Anzi egli non dovrebbe neppure saperlo: perché il saperlo implica una distinzione e un’iniziativa, che è una contrapposizione ideale. Solo la materia può sapere di sé, non qualcuno fuori di essa, perché fuori di essa non può esistere altro che il suo movimento. Quindi quest’ultimo, creato dalla materia, non saprà mai nulla della materia, perché il sapere è idea e perciò non appartiene a lui ma alla materia.

Appena il marxista ammette che l’idea possa indagare la materia e la storia, tutto l’edificio marxista crolla. Infatti è crollato».[17]

L’idea è un prodotto di puro pensiero, e quest’ultimo può essere a ragione considerato come “immateriale”, poiché non sottosta alle leggi fisiche verso cui è vincolata la materia. Il pensiero non conosce la legge di gravità e può essere conosciuto solo quando decide liberamente di palesarsi. Il materialismo considera il pensiero come una secrezione della materia, non ammette che vi sia un “Io pensante” ma soltanto reazioni chimico-fisiche che sviscerano dal materiale ciò che in realtà non è materiale. […]

Continua su Il Segreto della Moneta

[1] Karl Marx, Ibidem, p. 68.

[2] Ibid.

[3] Ibid.

[4] Karl Marx, Lavoro, salariato e capitale, Editori Riuniti, Roma 1957, p. 31.

[5] Karl Marx, Il Capitale, p. 91.

[6] «Ogni cosa utile, come il ferro, la carta ecc., dev’essere considerata da un duplice punto di vista, secondo la qualità e secondo la quantità»;

Karl Marx, op. cit., p. 67.

[7] Karl Marx, op. cit., p. 92.

[8] Ibid.

[9] Ibid.

[10] Karl Marx, op. cit., pp. 101-102.

[11] Ibid.

[12] Karl Marx, op. cit., p. 127.

[13] Ibid.

[14] Ibid.

[15] Karl Marx, op. cit., p. 128.

[16] Karl Marx, op. cit., p. 129.

[17] Massimo Scaligero, Il Marxismo accusa il mondo, Edizioni Tilopa, Roma 1964, p. 29.

Aurita

Francesco Filini, amministratore locale e studioso di economia, geopolitica e moneta. E' tra i fondatori della scuola di studi giuridici e monetari Giacinto Auriti, scrive sul rapportoaureo.it da oltre 5 anni ed è autore del saggio "Il Segreto della moneta - verso la Rivoluzione auritiana".

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